Si stringe l'assedio a Gheddafi, sempre più isolato a Tripoli. Le forze fedeli al leader libico hanno attaccato la città di Misurata controllata dall'opposizione ed hanno ucciso almeno due persone. Gheddafi ha anche licenziato il capo dei servizi segreti, Abdullah Al-Senussi, accusato dal Colonnello di essere uno dei responsabili della sanguinosa repressione. Lo riferisce il quotidiano Quryna di proprietà del figlio Seif al Islam. Al posto di Senussi è stato nominato una delle guardie del corpo del leader libico, Mansur Al-Qahsi.
"Il potere è nelle mani del popolo, sfido chiunque a dimostrare il contrario". Gheddafi riappare in pubblico, circondato dai suoi sostenitori, in occasione del 34esimo anniversario della jamahiria, "l'instaurazione dell'autorità del popolo". Immagini trasmesse dalla tv di Stato libica mostrano il raìs che si rivolge a una platea che lo applaude. Rivolgendosi alla comunità internazionale, Gheddafi ha alternato attacchi, frasi a effetto, e rivendicato prima di tutto la specificità dello stato libico: "Non siamo un regime presidenziale, il nostro sistema è diverso, tutto il potere è nelle mani dei comitati popolari" prosegue. "Il popolo è la guida del paese" aggiunge.
Attacca ancora una volta l'Italia: "Abbiamo costretto l'Italia ad inchinarsi, deve scusarsi per il regime coloniale, ci pentiamo del rapporto che abbiamo avuto con loro, l'Italia dovrà pagare". E accusa l'estero di fomentare la rivolta: Il colonnello ha dato la responsabilità dei disordini nel Paese alla rete terroristica di Bin Laden:"Ci sono i militanti di Al Qaeda e alcuni libici reduci dall'Afghanistan dietro la rivolta di questi giorni".
Le reazioni internazionali
Dopo il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, anche l'Unione europea ha varato sanzioni contro il Colonnello, i suoi più stretti familiari e alti dignitari del regime. Obiettivo: fermare le violenze e appoggiare la transizione. Il segretario di stato Usa Hillary Clinton ha chiesto a Gheddafi di «lasciare subito il potere senza ulteriori violenze e rinvii» e la Casa Bianca ha ventilato l'ipotesi di un esilio. Ma il leader libico ha risposto con una risata di scherno. «Chi lascia il proprio Paese?», ha detto in un'intervista a un piccolo gruppo di giornalisti occidentali a Tripoli. Oltre a evocare la possibilità di un esilio per Gheddafi, che se non accettasse rischierebbe una incriminazione per crimini contro l'umanità alla Corte penale internazionale, gli Usa, per bocca della Clinton, hanno annunciato il riposizionamento della flotta Usa nel Mediterraneo davanti alle coste libiche. Il Tesoro Usa ha anche reso noto di aver congelato beni libici per 30 miliardi di dollari.
Nell'intervista agli inviati di Abc, Bbc e Sunday Times, ha replicato dicendo di sentirsi tradito dai Paesi occidentali amici e, secondo la tv araba Al Jazira, ha incaricato il capo dell'intelligence Bouzid Durdah di intavolare una trattativa con le tribù ribelli, che nel frattempo hanno già allacciato contatti con emissari americani per preparare la successione a Tripoli.
Fonti ufficiali a Tripoli però smentiscono la trattativa e sostengono che è prevista solo una missione umanitaria a Bengasi, nella zona controllata dagli insorti. Una offensiva militare contro Tripoli non sembra pertanto imminente: entrambe le parti appaiono impegnate a scongiurate il pericolo di una guerra civile e le forze in campo non permettono ancora ai ribelli una rapida conquista della capitale. «In caso di attacco, ci saranno centinaia di migliaia di morti», ha minacciato oggi un portavoce del governo incontrando i 130 giornalisti stranieri giunti nella capitale libica.
Secondo il quotidiano Qurina (considerato prima della rivolta vicino al figlio di Gheddafi, Saif al-Islam), ci sarebbero morti e feriti. Sembra reggere intanto la tregua a Zawia, città strategica a soli 40 chilometri da Tripoli verso il confine con la Tunisia. Il governo, che tiene sotto assedio da venerdì scorso la città, ha raggiunto un accordo con le tribù locali. L'accordo prevede che i ribelli rimangano all'interno della città, senza estendere la rivolta nelle altre città ad ovest della capitale, mentre l'esercito si impegna a non intervenire per sedare la rivolta con le armi. Sul fronte umanitario, il vescovo di Tripoli, Giovanni Martinelli, ha lanciato l'allarme sulla sorte di circa 2.000 cittadini eritrei, alcuni dei quali ospitati nella Chiesa di San Francesco, nel quartiere di Dahra. Gli eritrei, che non possono tornare in patria, temono di essere sospettati di essere mercenari stranieri e chiedono aiuto all'Italia.
2 marzo 2011
unita.it/

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