lunedì 28 febbraio 2011

Libia, ora paghiamo il conto

Berlusconi ha ridotto il rapporto con Tripoli a un'adulazione di Gheddafi. E adesso che il Rais è finito, le conseguenze saranno pessime. Sotto ogni punto di vista, da quello economico a quello umanitario


La Libia, come l'abbiamo conosciuta, non esiste più. La sta distruggendo il dittatore che per 41 anni l'ha tenuta con pugno di ferro e in spregio ai più elementari diritti umani. Davanti alla rivolta non ha esitato a ordinare agli sgherri della sua milizia di sparare contro il popolo: la repressione brutale di un uomo che non accetta di lasciare il potere, minaccia una Tienanmen mediterranea, definisce "ratti" e "drogati" i giovani in piazza, accusa l'Italia e gli Stati Uniti di aver fornito razzi ai suoi oppositori.
Questo stesso uomo, Muammar Gheddafi, 68 anni, è uno dei migliori amici del nostro primo ministro Silvio Berlusconi che su questo legame ha basato gran parte di una politica estera sconcertante e di cui ci chiedono conto le cancellerie di mezzo mondo. Quando già parte del suo esercito aveva abbandonato il colonnello, unendosi agli insorti di Bengasi, la seconda città del Paese, quando alcuni piloti dell'aviazione avevano disertato per non obbedire all'ordine di bombardare la folla, quando persino alcuni ministri e ambasciatori libici, a Washington come a Parigi, avevano gettato la spugna per non condividere la brutalità della repressione con cataste di cadaveri, la nostra diplomazia parlava ancora il linguaggio tragicamente comico di un Franco Frattini che sosteneva la "non ingerenza" negli affari interni di un altro Stato. E, messo davanti all'evidenza delle accuse lanciate dal rais disperato al nostro Paese, dopo tre ore di penoso silenzio non trovava di meglio che balbettare: "Se fossero confermate le parole di Gheddafi si tratterebbe di una falsità che lascia sgomenti e sbigottiti. Razzi non ne abbiamo mai dati".

Dietro l'uso stupefacente del condizionale (il discorso è andato in mondovisione, che bisogno c'era di conferme?) si nasconde l'ipocrisia per un rapporto cameratesco andato troppo oltre il corretto rapporto di buon vicinato per essere sconfessato. Anche lo stupore per il tradimento di chi solo sei mesi fa era stato ricevuto a Roma con gli onori di un imperatore e gli si era permesso di tenere deliranti discorsi sul primato di una democrazia modello libico, con codazzo di amazzoni e hostess ribattezzate "gheddafine". Ma i patti col diavolo sono appunto tali. E bastava ripassarsi un po' di storia recente per imparare che il rais, proprio lui, era quello di precedenti pogrom in patria, delle collusioni col terrorismo, degli aerei che esplodono nei cieli, degli omicidi mirati degli avversari. Sempre, nel passato, aveva utilizzato qualunque mezzo per raggiungere i suoi fini. E solo con la superficialità della politica degli inchini e dei baciamano si poteva immaginare fosse diventato un partner credibile e affidabile. Oltretutto saggio se durante la crisi egiziana, sempre Frattini lo definì come "un vero leader capace di trarre lezione dagli eventi".

La storia ha fornito una cartina di tornasole a stretto giro sul leader e sulle lezioni che ne ha tratto se Mubarak, al confronto, impallidisce per debolezza e condiscendenza verso la piazza. Ma Frattini ha poca voce in capitolo nelle linee strategiche e, come l'intendenza, segue. Chi guida è Berlusconi. Così preoccupato di non disturbare il manovratore da non averlo chiamato, nella prima fase della carneficina. Lo ha fatto la sera di martedì 22 febbraio, dopo le sollecitazioni di chi gli implorava di intervenire per dire al compare di smetterla. Ha ottenuto rassicurazioni: "In Libia va tutto bene, il popolo sta garantendo la sicurezza, la stabilità e l'unità nazionale". La bugia e la dissimulazione elette a sistema.

Se si indugia sul nostro rapporto col dittatore, una volta tanto non è per provincialismo. La Libia non è strategica, come l'Egitto, per l'equilibrio del mondo. La Libia è strategica per l'Italia. Un tempo la si definiva "quarta sponda" e, a dispetto di un'esperienza coloniale datata, le cancellerie internazionali la considerano una sorta di Albania del lato sud del Mediterraneo, sulla quale dovremmo avere un occhio vigile ed esercitare un'influenza. Compiti che, con tutta evidenza, abbiamo fallito. Abbiamo laggiù, tra Tripolitania e Cirenaica, le noste poche multinazionali, interessi colossali. Ma, evidentemente, nemmeno uno straccio di intelligence credibile che ci mettesse in guardia sullo scarso consenso di cui il dittatore gode ormai tra la gente.

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